UNDICESIMO RACCONTO


 

.e poi arriva il momento in cui sei finalmente da solo, quando puoi smettere di essere madre, e moglie e figlia, ma anche quell’amica tendenzialmente ottimista nonostante tutto e medico…. è il momento in cui potresti lasciarti andare a quella piacevole sensazione di galleggiamento che precede il sonno… potresti abbandonarti alla stanchezza della giornata, allo sfinimento generato dalla tortura degli elastici delle mascherine che tagliano le orecchie e la costrizione di occhiali, visiere, tute/sauna... puoi precipitare nel buio vuoto ed incosciente del sonno senza sogni … ma è proprio in quel momento che arriva la consapevolezza del sé e ti accorgi che non stai respirando, anzi non stai espirando.

Espirare vuol dire lasciare andare, rilassare il diaframma, smettere di contrarre addominali e glutei e senti l’indolenzimento alla mandibola che ti ricorda quanto hai stretto i denti, per tutto il giorno… per andare avanti e non mollare per arrivare fino in fondo... al turno... alla giornata... a questa storia.

Purtroppo nemmeno questo è il momento della pace perché se abbassi la guardia, se lasci cadere l’armatura di difesa, se lasci svaporare l’incazzatura e disperdi l’alone di rigidità di cui ti sei circondato… vieni immediatamente invaso e travolto da tutte quelle immagini che hai scotomizzato, da tutte quelle parole che hai sentito ed ascoltato e volutamente relegato nell’angolo più profondo della coscienza, per dimenticarle… da tutte quelle sensazioni che hai frenato perché disturbavano la concentrazione, offuscavano la lucidità che serve a valutare obiettivamente, visitare, controllare, applicare terapie... insomma ad arrivare in fondo….


E’ come vivere una guerra senza bombe o spari o trincee ma che lascia corpi dilaniati e morti... famiglie spezzate, speranze disilluse, solitudini incolmabili e senso di impotenza e di inutilità e ti assale la paura e la angoscia di non poter fare abbastanza e di non potere fare per tutti… e le immagini diventano nitide e compaiono volti con occhi terrorizzati… o rassegnati... sguardi sollevati perché il campanello dell’urgenza era per qualcun altro… atteggiamenti di falsa indifferenza per il compagno di stanza e di sventura... meglio non condividere che non si sa come va a finire… e meglio girarsi dall’altra parte per non vedere come va a finire….


E le frasi dette a mezza voce, spezzate dal pianto dall’altra parte del telefono, durante le comunicazioni parenti che rimbombano nella mente “lo avete detto a papà che gli voglio bene?”, “diteglielo che lo stiamo aspettando, che siamo tutti

qui a casa per lui” e spaccano lo stomaco e se poi si deve comunicare un capolinea raggiunto o una brusca interruzione del viaggio, allora è il cuore a spaccarsi.

Almeno fossimo dei supereroi… Se avessimo dei super poteri salveremmo tutti in extremis con un gigantesco ed entusiasmante colpo di scena. Cerchiamo di fare il nostro lavoro e cerchiamo di farlo bene, al meglio delle nostre possibilità.

Il fallimento fa parte del gioco, lo sappiamo... eppure fa sempre male nello stesso modo.



Ecco il racconto di una rianimatrice stanca, finalmente a casa, con solo la voglia di lasciar andare tutto, pensieri, emozioni, ripensamenti, visioni, monitors, parole dette a tutti, parole che devono essere belle, di incoraggiamento, di supporto, di aiuto.

Ma si accorge che non sta “espirando”, sta ancora trattenendo tutte le emozioni vissute, è ancora chiusa come in un’armatura. Armatura, il suo linguaggio è epico-guerresco, perché lei davvero sta combattendo una guerra, per giunta con un nemico che non usa armi tradizionali, che spesso non sa come combattere, ma deve vincere a tutti i costi. Le sue metafore sono strazianti: bombe, trincee, corpi dilaniati.

Non accenna alla clinica medica, quasi non la cita, riflette solo sul turbinio di sensazioni ed emozioni che la attraversano, e attraversano anche chi le sta attorno, colleghi, ma questo turbinio emozionale coinvolge soprattutto loro, i pazienti. Li osserva bene, guarda come si nascondono quando al vicino di letto capita il peggio, sente le telefonate strazianti, che le spaccano il cuore, altra metafora.


Qui non c’è l’esperienza di malattia, a tutto tondo, vista dal medico, dal paziente, dai parenti. È completamente immersa nella Illness (Kleinman3), si coglie una donna che vede oltre il corpo, vede le Persone, i loro sentimenti, le loro emozioni e reazioni.

Fa appello a tutta la sua forza per superare questa mole immensa di dolore in cui è immersa.

C’è molto Chaos (Frank1)

E’ una narrazione morale, in cui considera tutte le relazioni che la circondano, ma è anche una narrazione in cui la sua esperienza personale non di malattia, ma di curante, le prende tutta la sua essenza (Moral, Core, Bury2).

L’ultima metafora è quella con i supereroi, di cui invidia i super poteri che noi umani non abbiamo, perciò, purtroppo, dobbiamo mettere in conto anche le sconfitte.

C’ è un finale con un fondo di Quest (Frank1), ma anche Moral (Bury2)



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