TERZO RACCONTO

 


HIC SUNT LEONES

(La mia battaglia contro il Covid 19)

la melodia del covid   <----cliccare per ascoltarla!

Mi chiamo M., sono Novarese 60 anni da poco compiuti ….la mia Vita è cambiata drasticamente il giorno 08.11.2020 con i primi sintomi della malattia. Quel giorno mi sveglio con una leggera ma fastidiosa tosse, mi sento stanco e spossato, strano insomma; nel corso della giornata la situazione cambia con il sopraggiungere della febbre… dapprima 37.7 per poi in serata salire a 38. Sono anni mi dico, che non accuso stati febbrili avrò preso una bella influenza così, dopo una cena frugale prendo comunque una Tachipirina.

Il giorno dopo, la situazione non cambia, la temperatura staziona intorno ai 38 e quella tosse fastidiosa seppur a tratti persiste passerà mi dico, questa volta mi sono preso una bella influenza. Nel tardo pomeriggio comunque, allertiamo il medico di base il quale mi raccomanda di tenere sotto controllo la febbre e di assumere la Tachipirina. I giorni 10 e 11 di Novembre sono pressoché simili: febbre sempre altalenante intorno ai 37.7/38, debolezza e spossatezza persistono, non in forma preoccupante a mio giudizio ma, mi rendo però conto che forse c’è qualcosa di più, di una semplice influenza stagionale. Come ho accennato prima, in vita mia non ho mai patito stati febbrili di questa caratura, ho sempre avuto un carattere forte e spartano forgiato da 30 anni di vita militare… sono un leone mi dico, ed un leone non si arrende mai senza lottare.. MAI!

Nel frattempo, la situazione il giorno successivo (12 novembre 2020) sembra essere più stabile, la temperatura scende, sento i sapori di ciò che mangio e mi illudo che i farmaci prescritti dal Dottore (Tachipirina, Cortisone e gocce per la tosse) mi stiano dando una mano, ce la posso fare senz’altro, devo farcela. La mia Famiglia, mia moglie Sabrina e mio figlio Simone mi danno un supporto meraviglioso, mi donano quella forza di “credere”… anche il mio adorato Bernese Mosè (allora un orsetto di pelo di 5 mesi per 22kg, oggi invece 1 anno)mi guarda, mi porge ripetutamente la sua zampona per darmi ancora più forza interiore.

Ma, non è così purtroppo, il “bastardo” come l’ho soprannominato nel corso di questi mesi di lotta per la vita, mi ha colpito duramente e, non vuole allentare la presa su di me.. sarà veramente una lotta senza quartiere, senza pietà, che mai avrei potuto immaginare un giorno di dover affrontare. Il medico di base il giorno dopo vista la situazione decisamente peggiorata viene a visitarmi; mi è tornata la febbre (38.5)ho male alla testa e mangio solo un po’ di frutta sia a pranzo che a cena. E’ il preludio , è l’inizio della battaglia, quella vera… ma, io ancora non mi rendo conto e, soprattutto non ci voglio credere di aver preso il Covid vivo in campagna sempre nei boschi, non può essere…no.

La mattina del 14 novembre 2020 rimarrà per sempre scolpita nella mia mente, l’ambulanza arriva presto di prima mattina, gli operatori sanitari sono giovanissimi , mi viene misurata la saturazione … 70 0 75, non ricordo con precisione ma, ho ancora la volontà di salire in ambulanza con le mie forze residue, con le mie gambe. Mio figlio Simone non ha il coraggio di assistere alla scena..prende Mosè agitatissimo ed esce dal salone; guardo mia moglie negli occhi e vado incontro al mio destino….mentre si chiudono i portelloni della ambulanza vedo un’ultima volta la mia casa…non la rivedrò se non 3 mesi dopo.


Arrivato al Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore di Novara vengo visitato, ci sono medici ed infermieri intorno a me, mi fanno prelievi di sangue, mi sento molto confuso e non credo di avere più molta cognizione del tempo. La sensazione più brutta la provo quando mi viene messo il “casco” per l’ossigeno, è una bruttissima sensazione che ricordo molto bene…quel rumore sordo e tutto il mondo intorno a me ovattato…per la prima volta, disteso su di quella lettiga, ho paura. Non mi ricordo per quanto tempo sia rimasto in quel modo, che abbia dunque indossato il casco..ma, ricordo bene quando da quella stanza del Pronto Soccorso mi spostarono in un altro luogo, vedevo schermi simili a grandi computer, macchinari strani mai visti prima d’ora. Intorno a me occhi, tanti occhi poi, quella voce femminile che mi dice delicatamente: “ M. stai tranquillo ora dobbiamo addormentarti”. Ero sicuramente molto provato in quegli attimi ma avevo capito, avevo capito che di lì a breve sarei stato intubato..era il 14 novembre 2020.

Iniziava così il mio lungo sonno farmacologico di 1 mese, iniziava la mia dura battaglia per la Vita.

E’ difficile a questo punto poter raccontare ciò che avvenne in quelle lunghe settimane di sonno indotto, ma posso accennare a ciò che avvenne nel mio inconscio (che purtroppo ricordo bene) quelle avventure oniriche popolate da una serie infinite di incubi che non voglio raccontare…mostri surreali e tant’altro, era il mio corpo che lottava per sopravvivere? Ancora oggi, a distanza di mesi, questi ricordi mi procurano talvolta ansie notturne e quindi, difficoltà a prendere sonno. Maledetto Covid.

Un mese dopo, il 14 di dicembre dopo una serie di peripezie risolte brillantemente dal personale medico della RIA, tra cui un arresto cardiocircolatorio di 30 secondi circa ed un blocco intestinale torno pian piano alla vita…mi sveglio e, seppur con l’ausilio di macchinari mi lascio dietro le spalle quella lunga sedazione farmacologica. Ho un ricordo vivo di quei momenti, di quegli attimi di “ritorno” alla vita…sentivo la voce dell’infermiera che cercava di tranquillizzarmi ma, io vedevo enormi cavallette sul soffitto muoversi freneticamente! Avevo paura e le volevo scacciare dalla stanza, forse una parte di me “galleggiava” ancora nel mondo onirico mentre l’altra, lottava per ritornare alla vita reale. Mi è stato poi riferito dal personale medico, che il risveglio dopo un così lungo periodo di sonno indotto non è facile, immediato, ci vuole pazienza.

Ogni giorno però, è un piccolo passo verso il traguardo della vita “normale”… se oggi mi trovo qui a raccontare ciò che avvenne in quei lunghi giorni di lotta lo devo tutto a LORO, al personale della Rianimazione, la RIA di Novara. Quei volti celati dalle tute dalle mascherine, i loro occhi le loro voci che non mi lasciavano mai solo, la loro professionalità …la loro umanità!

Grazie infinite Dottoressa Grossi, grazie Eleana, Pamela, Simone Carlotta e tanti altri ragazzi/e che mi hanno quotidianamente aiutato nei “piccoli passi”, che mi hanno sorretto nei tanti momenti di sconforto in quella stanza senza occhi sul mondo dove la cognizione del tempo non esiste; mi sorreggevate quel tablet ogni giorno per poter vedere dopo tante settimane di oscurità la mia Famiglia in videochiamata, mi asciugavate le lacrime di gioia, parlavate per me con i miei familiari li rassicuravate..come potrò mai dimenticarvi? Sarete per sempre nel mio cuore, TUTTI QUANTI.


Dopo circa quattro settimane dal mio risveglio l’11 gennaio 2021 con le lacrime che mi scendono ininterrottamente dai miei occhi, salgo sull’ambulanza che mi porterà a Veruno presso la Clinica Maugeri per intraprendere la mia riabilitazione fisica.

Lo stato di prostrazione fisica dopo circa due mesi di immobilità in un letto di ospedale è inimmaginabile… sono tante le difficoltà che bisogna affrontare, non soltanto motorie… è la quotidianità dei gesti come aprire una bottiglietta di acqua minerale, spalmare un formaggino su un pezzo di pane…. anche a livello psicologico un po’ mi deprimono ma so che devo farcela, devo assolutamente tornare a casa dalla mia Famiglia e vado avanti per la mia strada.

Sarà un altro mese di lotta, altri trenta giorni di sacrificio per tornare ad essere non dico quello di una volta ma, normale e autosufficiente quindi forza e coraggio mi dico… è proprio quella quotidianità dei movimenti, la gestualità, che mai come in questo frangente capisci quanto sia importante quanto sia fondamentale e ti manca accidenti se manca ma, bisogna riprendersi la propria vita e vivere…

Proprio questa “normalità” troppo spesso, l’abbiamo però dimenticata perché la diamo come se fosse scontata, quasi come se ci fosse dovuta. Questa società così avulsa ed egoista ci spinge ad essere troppo presi da noi stessi, si ignora che è dai piccoli gesti quotidiani che si assapora il gusto della vita…ora però ne sono pienamente consapevole ed ancora una volta ringrazio coloro che mi hanno aiutato ad uscire da questo incubo di malattia, tanto subdola quanto letale per capire quanto sia grande il dono della “normalità”

La Fisioterapia è dura, una montagna da scalare a mani nude ma, con il passare dei giorni quella tanto agognata vetta si avvicina sempre di più..e qui, un doveroso ringraziamento va alla mia fisioterapista Roberta la quale, ogni giorno, come i ragazzi della RIA di Novara, portava in stanza non solo la sua professionalità ma anche tanta tantissima umanità e sacrificio.

Poi, finalmente arriva quel giorno…è la mattina del 13 di febbraio 2021 sono passati 3 mesi da quella corsa in ambulanza verso l’ospedale di Novara.. con la mano tremante e gli occhi lucidi dall’emozione ricevo la lettera di dimissioni dalla Clinica Maugeri di Veruno. Torno finalmente a casa, dalla mia Famiglia da mia moglie Sabrina da mio figlio Simone, dal mio cane Mosè. Anche loro hanno tanto, troppo sofferto nella spasmodica attesa, in questi lunghissimi tre mesi..

Ed è cosi che seduto sul mio letto, nella mia stanza, riavvolgo il nastro della memoria di questi ultimi tre mesi della mia vita, ce l’ho fatta mi dico.. Hic Sunt Leones non ce l’ho solo tatuato sulla pelle, ma nel mio cuore perché ora ne ho la prova… Penso poi a coloro che non ce l’hanno fatta a superare la malattia, lasciando nel dolore e nella disperazione le loro Famiglie e sono davvero tanti purtroppo… poi penso al mio amico e compagno di lotta per la vita, Christian di 41 anni, insieme abbiamo condiviso il dolore e la speranza e oggi il ritorno alla vita, insieme abbiamo pianto tanto ma anche sorriso perché in fondo questa meravigliosa opportunità che ci è stata concessa ce la siamo guadagnata anche noi ora però, meritiamocela… W la vita amico mio!


Il racconto inizia con un elenco di sintomi e disturbi (Disease, Kleinman3), ma fin dal titolo si capisce che sarà un linguaggio epico-eroico, come non può che essere quello di un militare…(Kleinman3)

E’ un racconto molto ricco, dettagliato nei ricordi clinici (le varie fasi della ventilazione, il blocco intestinale, l’arresto cardiaco -riferitogli da altri, immagino...-), ma anche nelle sensazioni, emozioni, incubi, flashes di occhi attorno, come l’umanità del personale percepita….tutto molto circostanziato, direi. Come un rapporto “bellico” (Bury2).

Nonostante l’incertezza, dentro sente di avere, vuole avere il controllo di ciò che gli sta capitando (Frank1).

Ha reagito da militare, lottando, mai arrendendosi o dandosi per sconfitto, il suo obbiettivo era tornare a casa e sano, quindi mai ha perso di vista il futuro, mai ha dubitato che il futuro potesse esserci. Quello che attraversava era “un incidente di percorso”. Ma ammette che per la prima volta sulla lettiga (così chiamano i militari la barella!) ha avuto paura. Per un militare è quasi una esperienza inconsueta, avrà fatto anni e anni di preparazione per combatterla. Ma stavolta vince lei, la paura.

Altra particolarità di questo racconto sono le immagini oniriche avute durante la sedazione profonda. E’ l’unica volta che compaiono, e nella mia esperienza posso dirvi sono assai rare. E non solo appaiono nel momento del cauto risveglio, ma permangono nei mesi che seguirono. Sono sogni terribili, di mostri, di cavallette sul soffitto… Fisso ciò tra le cose da ricordare. Perché altre persone non hanno riferito nulla in merito? Magari hanno avuto timore di essere prese per matte, o banalmente di non venire credute? O davvero non le hanno avute? L’anestesia è un’arte complessa, di cui fa parte anche l’abolizione della memoria del trauma o dello stress: è mancata quella parte al paziente? Chissà….

Però hanno messo tanta paura alla persona. Su questo noi medici dobbiamo lavorare.


Altra frase sibillina: il tempo non esiste. E’ vero, in rianimazione è sempre giorno o quasi. Si cerca di dare un ritmo circadiano ai ricoverati, spegnendo le luci, parlando sottovoce. Ma in quella situazione, parlare sottovoce con i caschi addosso non era possibile, e le luci…. Con le continue urgenze… come si facevano a spegnere. Non da tutti è accessibile un orologio a muro, e penso che sia un bene. Veder quelle lancette che scorrono così lentamente è peggio che non avere la cognizione del tempo.

Spesso, tra me e me, mi dico che l’era moderna non è cominciata con la scoperta di Colombo, ma con l’invenzione dell’orologio, che ha sottoposto l’umanità intera a ritmi che prima non esistevano. Si viveva secondo i ritmi del sole e delle stagioni. Io non porto l’orologio. Beh…. I miei monitor ce l’hanno, questo è vero...

Quindi segue la fase della riabilitazione. Di questo la gente comune non ne sa nulla, nemmeno i “social media” ne parlano, ma i nostri racconti eccome: aprire una bottiglietta d’acqua è una fatica immane, o non si riesce a farlo. Qui c’ è una montagna da scalare a mani nude.

Chi lo dice al mondo, che dopo la sub-intensiva, il casco, l’intubazione, poi c’è anche la riabilitazione, che è durissima? Io non ne ho mai letto piluccando qua e là, tra i vari “scusatemi” SAPIENTONI. Sembra dimenticata. Ma è un percorso importante di cura, e può essere estenuante. Lì i giorni ci sono, gli orologi anche, e ogni giorno la persona vuole un successo, che è anche nelle sue mani, non solo in quelle altrui. Qui il Core2 si fa sentire, eccome!


Direi che questo è un racconto in cui il lettore legge all’interno quasi una sfida (Quest: Frank1), una sfida non solo clinica, ma anche psicologica, come quando il nostro paziente è stato trasferito al centro di recupero.

La sua personale esperienza soggettiva è sempre presente, attualizzata per momento e situazione, sembra che egli si osservi da dentro e da fuori, che cerchi una visuale a 360° (Bury2, Core).


Le metafore sono guerresche: Lotta, hic sunt leones, il bastardo (il virus), lotta senza quartiere, battaglia.




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