SETTIMO RACCONTO
Tutto è iniziato a novembre dell’anno scorso, o almeno per me, perché l’incubo era iniziato già da diversi mesi. I primi giorni del mese, avevo deciso di andare a parlare con la mia caposala. Con la prima ondata di Covid a marzo 2020, non ero stata impegnata in prima linea come invece molti miei colleghi, avevo continuato a lavorare nel mio reparto, la Tin, dove anche qui era ormai tutto cambiato. Però guardavo da tempo quello che stava succedendo intorno a me, quello che stavano affrontando tanti miei colleghi e non riuscivo a rimanere indifferente. Quindi parlai con la mia caposala e mi resi disponibile per andare a lavorare nei reparti Covid, qualora ci foste stato ancora bisogno. Dopo pochi giorni mi chiamò. Ero stata assegnata alla Rianimazione Covid. Ero da una parte contenta di poter dare finalmente una mano, dall’altra molto spaventata, perché non potevo avere un’idea chiara di cosa mi avrebbe aspettato.
Arrivò il giorno. Quando entrai in Rianimazione fui subito accolta dai colleghi e sembrò come iniziare una giornata di lavoro qualsiasi nel mio reparto. E così anche le prime ora della giornata trascorsero abbastanza veloci e tranquille, a capire l’organizzazione del reparto, dove reperire i materiali, compilare le cartelle infermieristiche, preparare terapie e rimanere a disposizione dei colleghi impegnati in quelle ore sui pazienti Covid. Poi arrivò il mio momento. Insieme a una collega infermiera molto carina e disponibile che già conoscevo dalla sua esperienza in Tin per il master in emergenza /urgenza, ci ‘’bardammo’’ per entrare nei Covid. Mascherina FFP3, cuffia, divisa monouso, stivali, filtrante FFP3 incorporato di casco e batteria per il ricircolo di aria, tuta impermeabile e tre paia di guanti. La mia paura più grande era quella di non riuscire a Respirare sotto tutta quella bardatura, e inizialmente fui un po’ presa dall’ansia, il pensiero mi accompagnava da giorni ormai . Ma quando entrai per la prima volta nella zona Covid, mi trovai finalmente in prima linea, ad assistere i pazienti affetti da Covid, smisi di respirare. Non è vero. Mi dimenticai di dover respirare e mi guardai attorno. La mia prima impressione? Sembrava un campo da guerra. C’era una gran confusione, era tutto pieno di cose, di persone… E di sofferenza. Rimasi frastornata ma presa dalla voglia di fare, di dare una mano al meglio delle mie conoscenze e delle mie possibilità. E il pomeriggio voló così. Con il cuore a mille, a fare il più possibile senza perdere tempo. Parametri vitali, terapie , cure igieniche. Dopo 3-4 ore uscivamo dalla ‘’ zona porca’’. E 3-4 ore erano ancora poche perché alla prima ondata o nelle giornate peggiori, capitava di rimanere dentro molto di più. Per quante cose c’erano la dentro da vedere, imparare, saper affrontare, non era ancora finita.
Arrivava il momento di ‘’sbardarsi’’, molto delicato, per il rischio di contaminarsi. Fare un passaggio alla volta con estrema attenzione, e secondo un ordine preciso. Ma con paziente aiuto da parte dei colleghi imparai a fare anche quello. Poi doccia e la divisa nuova pulita, una pausa per riposare la mente e ricaricarsi con acqua e cibo. Poi ancora qualche ora a scrivere consegne, preparare terapie, e rimanere a disposizione dei colleghi dentro che ci avevano dato il cambio per qualsiasi cosa, e il turno volgeva al termine. Più o meno la prima giornata andò così. Arrivai a casa sentendomi persino adrenalinica, motivata per come era trascorsa quella prima giornata. Ma ne seguirono altre, alcune più dure. E prevalse la consapevolezza di ciò che mi accadeva attorno e la paura di non saper fare, di non essere all’altezza. Un po’ era davvero così, un po’ è sempre stato un mio limite, quello di essere sempre molto insicura di me stessa e bisognosa di incoraggiamenti e rassicurazioni. La verità è che ero angosciata, avevo paura e non volevo più andarci. Piansi disperatamente per tre giorni. Parlai con tante persone, volevo mollare e tornare indietro. Mi chiamò il caposala e mi parlò a lungo, con tono calmo e pacato, mi espose tutte le ragioni per cui arrivati fin li le cose non potevano cambiare così repentinamente. Mi mostrò grande comprensione, supporto e un pizzico di affetto. Mi disse che in quel momento aveva bisogno di me. Aveva bisogno di tanti infermieri, ma anche di me, non poteva lasciare scoperto quel posto. E allora io non potevo tirarmi indietro. Per dovere professionale, buon senso e buon cuore non potevo.
Strinsi i denti e affrontai le settimane successive al lavoro, giorno per giorno, senza mollare mai,cercando di dare sempre il massimo. Non è stata facile, ho visto moltissime persone soffrire, tante morire, avrei voluto poter fare di più da sola nel mio piccolo, e in squadra insieme a tutti gli altri colleghi. Se ripenso oggi a quello che è stato mi sento ancora frastornata, frustrata, angosciata e triste. Vorrei andare avanti con racconti di secondi interminabili, di sudate, fatiche e paure sotto quelle tute. Ma forse la mia mente non vuole ricordare. Forse nessuna parola potrà mai descrivere al meglio i ricordi e le emozioni di quei mesi che conservo nella mia testa.
Qui il racconto fa pochi accenni alla malattia clinica, se non nella attività richiesta ad un infermiere di rianimazione. Le procedure per vestizione e svestizione, la sofferenza sotto la tuta, cartelle parametri e consegne. Lo dice, perché nel suo quotidiano c’era anche quello, e non è cosa da poco. Ma tutto è incentrato sulle proprie sensazioni ed emozioni. E’ sotto stress, si fa forza puntando sul senso del dovere, sul bisogno di personale che c’è ogni giorno in quel periodo. Lei è sana nel corpo, ma nell’animo sta vivendo la malattia con i suoi pazienti, come se fosse malata anche lei. Professionalmente integerrima vede col cuore che non sa tacere e piange.
Io leggo una storia ferma al presente catastrofico, non c'è accenno al futuro, direi che non c’è tempo di pensare al futuro visti i ritmi di lavoro (Launer4); non solo: “forse la mia mente non vuole ricordare, forse nessuna parola potrà mai descrivere i miei ricordi”.
La donna è sotto stress, tira avanti facendosi forza sul senso del dovere, del bisogno che c'è di ognuno in quel periodo, ma se potesse scapperebbe. Non una parola di speranza, non un dio a cui fare appello.
Qui predomina il Chaos (Frank1), confusione, il non-senso. Non ricorda nemmeno i pazienti dimessi, ma solo la sofferenza di tutti loro.
Le parole più ricorrenti che avrei potuto mettere sotto una voce generica di tempo sono le più frequenti. Le ho lasciate nella loro origine, perché quello non è un tempo generico, ma un tempo che si misura in ore frenetiche, in giornate angoscianti, in mesi lunghissimi che non passano mai. Ho voluto che vedeste di cosa sia fatto il tempo in queste circostanze.
L’altra parola che ricorre è bisogno; bisogno dei pazienti, ma anche i suoi bisogni. Infine compare disponibilità.
Sono persone che hanno rinunciato alla loro vita privata, perché quando si esce da un turno più o meno lungo si è zombies allucinati, si piange o ci si tiene tutto dentro perché non ci sono parole adatte ad esprimere ciò che proviamo, e a volte, non è morale, né professionale raccontare.
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