SESTO RACCONTO


 
 

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La mia esperienza covid-19

Due settimane prima del ricovero al pronto soccorso di Novara ospedale maggiore, non ci volevo credere ma questa bestiolina aveva già intaccato i miei polmoni eppure nonostante le insistenze dei miei famigliari, speravo in me stesso che la cosa non era possibile di averla all’interno del mio corpo.

19-03-2019 mi convinco e vado da solo al triage del Pronto Soccorso e lì da subito dopo fatta la tac mi diagnosticano covid-19

in quel momento mi affido nelle mani del Buon Dio e in quelle dei medici, infermieri e tutto ciò che mi circonda nel momento in cui entri in ospedale. Mi faccio forza e coraggio e giù prelievi di sangue uno dopo l’altro e ossigeno che non potevo farne a meno. Non avevo nausee fortunatamente perché odio rimettere però mi veniva di andare spesso in bagno (diarree) e per me era una battaglia perché appena mi toglievo l’ossigeno cominciavo a tossire con forti dolori al petto per ogni colpo di tosse. Non avevo appetito all’inizio ma cercavo comunque di mangiare per farmi forza. Cosicché mi ripresi subito tanto che la dottoressa di reparto mi fece fare una prova di sforzo con la camminata avanti e indietro e mi inviarono a casa per liberare posti letto per malati più gravi di covid-10

Io felicissimo vado a casa ma senza ossigeno la cura che mi diedero non funzionò ed il 23-3-2019 chiamo l’auto ambulanza perché mancandomi ossigeno tossivo e stavo malissimo con forti dolori al petto.

Si ricomincia di nuovo pronto soccorso, tac, prelievi ecc… devo dire che tutti si davano da fare specie gli infermieri e dottori che cercavano di dare il meglio di loro stessi dandoti una certa serenità, Infatti cercavo di non dare fastidio con lamentele o altro.

Mi sono affidato alle mani di tutti con la massima collaborazione senza lamentele inutili forse un giorno al primo mi sembra ho messo ed ottenuto dopo una piccola discussione con l’infermiera di ottenere una sedia col buco per fare le feci infatti stavo talmente male senza ossigeno che non ce la facevo ad andare in bagno, mi sentivo debole e sinceramente di farmi la cacca addosso e aspettare che mi venissero a pulire solo al pensiero stavo male. Cosicché parlando poi con la dottoressa o responsabile di reparto, ho ottenuto ciò che desideravo.

Infatti specie all'inizio come già detto mi veniva spesso di fare i miei bisogni e la cosa per me si è resa risolutiva. Dopo circa 5-6 giorni però non ho migliorie ero in stallo non peggioravo ma neanche miglioravo, allora decidono di mettermi il casco in subintensiva tra me dico spero che non mi intubino invece da lì una nuova esperienza. Praticamente mi tirano via l’ossigeno che mi inalavano per via nasale e mi mettono questo casco tipo da astronauta, quello che consiglierei di dire e l’approccio e la preparazione prima di passare da una ossigenazione ad una altra tipologia perché io sono calmo e riflessivo e mi sono raccomandato di non farmi prendere dal panico e così il trapasso è durato dai 10 ai 15 minuti tremendo nel senso che cercavo di non tossire e autocontrollarmi con la respirazione e immagino cosa hanno passato quelle persone sensibili di carattere e di paura. Dopo qualche giorno ho cominciato subito a stare bene e sentire qualche odore ed avere appetito però in quei 5 giorni di subintensiva purtroppo ho visto morire quattro malati di fianco al mio letto tutti anziani ed 1 donna arrivavano già intubati ed alla notte morirono i macchinari salvavita suonavano ed ovvio una squadra di infermieri e dottore constatavano il decesso portando via il corpo imbustato in un sacco di plastica e tutto il materiale da disinfettare. Lasciavano lì il corpo poi al mattino se lo portavano via una scena che mi sono abituato a vivere tanto che al quinto giorno non so per quale motivo mi lasciarono un anziano deceduto nel letto senza “imbustarlo” portarono via tutti i componenti elettronici ma il povero anziano deceduto lasciato lì solo con le mutande, mi ha fatto una tale pena che reclamai che se non l’avessero messo in un sacco avrei dato i numeri, cosa che hanno subito fatto.

Fortunatamente poi sono migliorato e vorrei dare un consiglio quando ti mettono il casco dell’ossigeno consiglio di mettere una musica con quei auricolari che ti isolano da suoni esterni perché nel casco iniettano ossigeno in pressione e si sente un fischio assordante che ti fa impazzire invece con gli auricolari ho potuto sopportare quei 5 giorni di controlli continui e prelievi mi dichiarano quanto ho combattuto insieme agli infermieri e dottori questa maledetta malattia.

Ed oggi grazie a questa gentilissima anestesista dottoressa Valeria condivido questa mia esperienza sperando che rendo utile questo progetto del rapporto umano ed empatico fra dottori, infermieri e pazienti

grazie e cordiali saluti

sperando di essere stato utile per il vostro ammirevole progetto.

 

Qui ci troviamo in un racconto tutto al tempo passato. L’autore infatti ha ricordato fatti avvenuti molto tempo prima alla stesura della storia. Solo in qualche occasione ha usato un linguaggio epico-eroico: ho combattuto, battaglia.

Le metafore, che poi metafore non sono veramente, le posso menzionare nella frase : imbustato in un sacco di plastica. In realtà questo è quello che avveniva per i deceduti, ma quella busta ha colpito molto il paziente. Altra falsa metafora è il casco da astronauta, anche qui la realtà è molto vicina, casco da astronauta è il modo che i pazienti hanno per descrivere il dispositivo di ventilazione usato, non è un casco da pilota, ma un casco per respirare come si può immaginare che usino gli astronauti.

Metafora vera è bestiolina, riferita al virus.

E’ un racconto incentrato sul Disease, sulla clinica della malattia, ma non mancano riferimenti all’esperienza soggettiva, all’Illness e non sono pochi. (Frank1).

Vi qualche accenno Moral (Bury2), quando parla del disagio per la diarrea, e quando suggerisce di preparare la persona dal passaggio da un tipo di assistenza alla respirazione ad un’altra, così strana come il casco, o il suggerimento di usare cuffiette per la musica per isolarsi un po' dal frastuono che davvero c’è nel casco.

Il paziente ha cercato di far fronte al disagio, affidandosi al Buon Dio, e facendosi forza e coraggio.

Il futuro è un pensiero costante, sia al primo ricovero che nel secondo (Launer4)

E’ evidente che si tratta di una persona molto positiva, con una gran forza di carattere, che non ha voluto cedere alla paura, ma si è fidato degli operatori che aveva intorno e che gli ispiravano fiducia.

Anche qui, io Valeria, ho strappato il racconto, quando mi sono resa conto che la persona che avevo davanti aveva desiderio di aprirsi: allora gli ho chiesto un dono: di scrivermi poche righe su quello che aveva passato, ma non tanto i dettagli clinici, ma come si era sentito lui, in quella situazione. Sempre mentre era in attesa per altre visite.

E’ anche questo un racconto scritto di getto: un foglio sulle ginocchia e via.

Nemmeno riletto.

Ma forse uno tra i più veri, no?

 

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