SECONDO RACCONTO


 La sera del 24 Marzo ero in turno di notte. Il reparto era abbastanza tranquillo,

 ma la tensione era alta per quello che stava succedendo in Italia e nel mondo.

La

 situazione stava peggiorando, i ricoveri e i decessi in aumento e la paura di

 contrarre in virus era sempre più grande. Le nostre colleghe, spostate a lavorare

nei reparti Covid, ci raccontavano le loro esperienze da far venire i brividi. I pazienti

ricoverati nelle terapie intensive erano sempre più giovani...


La mattina seguente arrivo a casa da lavoro e trovo il mio fidanzato con tosse e febbre. “L’avremo preso anche noi?” È stato il mio primo pensiero.

Il giorno dopo ho avuto anche io febbre, seguita da tosse e forti mal di testa. “Forse è solo un’influenza” abbiamo pensato perché dopo pochi giorni la febbre è scesa e ci sentivamo meglio. Poi dopo qualche giorno, da un momento all’altro, non sento completamente gli odori. Mi spruzzo il profumo sul polso e anche avvicinando il naso non riesco a percepire l’odore. “Allora lo abbiamo preso, sarà proprio il Covid” Poi la certezza del tampone: positivo.

Nel giro di pochi giorni anche la tosse e il raffreddore scompaiono e ho pensato che eravamo stati fortunati a superarlo solo con pochi sintomi influenzali... Ma non avrei mai pensato di rimanere in casa per 84 giorni. Ogni settimana ripetevo il tampone e il giorno dopo ricevevo la chiamata dalla Medicina del Lavoro: “Sei ancora positiva”. Ma dopo due mesi come mai continuavo ad esserlo?! Non c’erano spiegazioni purtroppo e non si poteva fare altro che aspettare.

In casa avevo esaurito i lavori da fare, la televisione iniziava ad annoiare e cercavo altre cose da fare ma poi, pian piano, dopo che le settimane passavano, tutto diventava monotono e poco stimolante. Le giornate erano sempre più lunghe e l’umore a terra. Il pensiero di essere la responsabile, di aver portato il virus a casa mi innervosiva perché ci obbligava a rimanere chiusi nei nostri 60 m2. Anche la paura di aver contagiato i miei colleghi a lavoro non mi rendeva serena perché, oltre a loro, anche le rispettive famiglie potevano contrarre il virus.


A fine Maggio un tampone risulta negativo. “Finalmente!” penso, “forse ci siamo”. Cerco di non illudermi perché so che alcuni tamponi possono risultare negativi e poi al controllo successivo sono di nuovo positivi. E infatti così è stato anche per me. Non ci potevo credere perché era passato un sacco di tempo, stavo bene e i sintomi erano spariti da oltre un mese. Evidentemente non era ancora il momento e il virus era ancora rintracciabile dal tampone.

Nel frattempo il lockdown era terminato e pian piano le attività stavano ripartendo. Ma noi, ancora chiusi in casa, non potevamo ripartire, non potevamo vivere la nostra quotidianità e nemmeno essere autonomi per andare a fare la spesa.

Poi finalmente i due, tanto sperati, tamponi negativi! La mattina del 18 Giugno sono finalmente uscita di

casa dopo la chiamata: “Sei negativa, sei libera!”e sono tornata alle 9 di sera.. Non volevo più stare a casa.


Ecco qua una operatrice sanitaria che si ammala. Per fortuna in modo lieve, non occorre ospedale. Dopo un accenno veloce alla clinica vira subito al disagio della reclusione, del confinamento in casa, coatto, colpa di tamponi che non si negativizzano. Non si può dire che sia un racconto di segni clinici (Disease, Kleinman3), è più incentrato sul vivere quotidiano, sul contingent2, sul come tirare avanti in 60 metri quadri. Più che una esperienza di malattia, che pure c’è, si tratta di esperienza della quarantena (la riconduco comunque a una Illness, di Kleinman3). Il mondo attorno non c’è, non esiste più, esistono solo quelle quattro mura, il senso di colpa per la possibilità di aver infettato lei il fidanzato o addirittura i colleghi. Sono paure in fondo infondate, in quel periodo in cui poco si sapeva e ci si era potuti infettare ovunque visto che eravamo già nel lockdown del 2019: ma il suo è un rimuginare i fatti, un Core2 . Cerca di tenersi occupata, ma in una casetta piccola, alla fine quel che si può fare è ben poco. Mi sembra quasi di scorgere un pensiero ossessivo,” ruminante” attorno a quel maledetto tampone che non si negativizza e non si sa perché; lì va sempre a parare, e questi pensieri negativi impediscono delle reazioni emozionali più creative, più ottimistiche. Siamo nel Chaos1 senza spiegazione.

Alla fine arriva il “via libera!” con grande sollievo, finalmente può uscire di casa, e questo è il vero risarcimento di quel periodo agli “arresti domiciliari” (Restitution- Frank1).

La narrazione si svolge tutta sul tema del tampone e del disagio o noia, (Core narrative- Bury2).

L’uso di metafore? Raro: racconti da far venire i brividi, che alla fine è la constatazione di una amara realtà più che una metafora; considera metafora la terra in umore a terra, : essere giù, bassa, informe, grigia.






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