QUARTO RACCONTO

POST PUBBLICATO A NATALE 2020
E invece io questo Natale gioirò.
Una dottoressa mi ha detto: "L. lo racconti, faccia il dito medio ai negazionisti, ai complottisti.
Si arrabbi, dica com'è vivere il covid, a noi medici ci ascoltano poco".
In questi mesi, di rabbia, per alcuni commenti, ne ho provata tanta. Senza rispondere mai nulla. Facendomi venire mal di stomaco.
Ne scrivo ora per consapevolezza, per dolore, per necessità. Per far riflettere.
Sì perché quest'anno ho visto la mia mamma finire in rianimazione e ho rischiato di perderla per colpa del covid. Ho perso la mia nonna senza poterla salutare. Ho visto anche altri miei familiari finire in ospedale in pessime condizioni.
Non ne ho mai parlato perché odio la ricerca di commiserazione nel dolore.
Quando si soffre davvero, lo si fa intimamente, da soli, senza piazzare storie sui social. Ma ora parlo, ora riesco a farlo. E assicuro che abbiamo passato tre mesi strazianti con la prima ondata di covid. Quando le mascherine ancora non erano disponibili. Quando ancora si sapeva ben poco.
Io auguro ad ognuno di voi che si lamenta per la "restrizione delle libertà", per il "Natale rubato", per la "dittatura sanitaria" di non vivere l'inferno vissuto per mesi dalla mia famiglia. Si, l' INFERNO.
Marzo:
La tosse, la febbre, la stanchezza, la corsa in ambulanza, la tac, la polmonite interstiziale, il telefono: "parliamo con la figlia L.? se l'è preso purtroppo, né covid. Ricoveriamo".
Altra telefonata dopo tre giorni, di notte "serve il casco della terapia sub intensiva, fa troppa fatica a respirare".
No, non basta, quattro giorni dopo il medico richiama "signorina la situazione è grave, dobbiamo intubare". Il telefono diventa un oggetto di salvezza/terrore per giorni. Squilla. Chi chiama?non si dorme più, non si vive più. È l'ospedale?
Butto giù il telefono a chiunque per avere la linea libera. Medito. Fumo. Prego.
Guardo dalla finestra in direzione dell'ospedale perché non si può uscire di casa. Il mondo, fuori e dentro casa mia, è surreale. Io sto lì, in apnea.
La terapia intensiva, l'intubazione, il non sapere se ci saremmo riviste, il silenzio, l'attesa della telefonata giornaliera da parte dei medici, le terapie sperimentali, riuscirà a respirare senza la macchina?si sveglierà? Si.
Ringraziando i medici e infermieri che hanno fatto il possibile. E lei, che è stata una roccia. Una vera guerriera.
Dopo lunghissimi giorni che sembravano anni si esce dalla rianimazione.
Di nuovo la subintensiva, l'ossigeno, il lungo percorso della riabilitazione, tornare a stare in piedi, poi a camminare, tornare a respirare senza macchine, il lento svezzamento dall' ossigeno.
Ogni giorno un passo, "sai forse mi fanno uscire, dicono che sto recuperando". Giugno: Dopo mesi esce.
Ci potremo abbracciare?sono un pericolo se l 'ho contratto anche io? Fobia, ansia.
Faccio il sierologico: l'avevo fatto, da asintomatica, ho qualche anticorpo. Il tampone è negativo.
Ci possiamo abbracciare. Si torna a casa.
Non siamo più le stesse persone.
La fatica, la dispnea anche a distanza di mesi. No, nessuna patologia pregressa.
In ospedale era la guerra, c'erano persone di tutte le età ma anche giovanissimi, i ricoverati vedevano gli altri non farcela. Vedevano i morti essere coperti da lenzuola e portati via.
Vedevano la paura, i pianti, il chiamare la mamma nonostante fossero adulti.
Il personale sanitario provato e spaventato, ma sempre attento e presente.
Mi è stato detto chiaramente che fosse capitato due settimane prima non avremmo avuto il posto in rianimazione.
"In rianimazione mi hanno pettinato con una forchetta sai? mi volevano tenere carina e ordinata, non avevano un pettine. Ora mi viene da ridere, ero come la Sirenetta.
La prima volta che ho potuto mangiare mi hanno portato il riso bianco dicendomi che dovevo mangiarlo perché era di Cannavacciuolo.
Sono stati una famiglia, non potevo sentire voi e loro mi hanno aiutato tantissimo. Non so come ringraziarli".
È il fottuto covid. Non si sceglie. Smettetela di rompere perché ci "privano delle libertà": il covid può privarvi di tutto. In un attimo.
Si, non possiamo andare dove vogliamo.
Qualcuno si sente furbo e pensa di fregare i controlli, come se avessimo bisogno di norme per capire che dobbiamo stare attenti per davvero e proteggerci a vicenda. Dovremmo arrivarci da soli, ma così non è.
Siamo responsabili per noi e per gli altri.
Non mangeremo il panettone insieme, non apriremo bottiglie di buon vino nelle tavolate con i parenti, non scarteremo regali tutti insieme, non dormiremo pieni di cibo e vino sui divani delle zie, non vedremo gli amici per il brindisi di mezzanotte. Per chi invece lo farà ugualmente, no, non lo invidio quest'anno.
Perché so esattamente che per una giornata vissuta senza pensieri possiamo esporre qualcuno a rischi seri.
È veramente poco rinunciare a questo oggi se saremo tutti qui e potremo organizzare tante altre cose tra qualche mese. Sicuramente con quella gioia che tutti sentiremo più forte che mai.
Noi abbiamo lottato con tutte le forze che avevamo. Chi in ospedale, chi da casa, PER SOPRAVVIVERE.
Ce l'abbiamo fatta.
Quella è stata per noi ed è, per chi è in ospedale, pazienti e operatori sanitari, la vera lotta, non contro la famigerata "dittatura sanitaria" (che la dittatura è ben altro, ma bisogna studiare sui libri per saperlo).
Molte famiglie, a cui sono vicina, non avranno nulla da festeggiare con i parenti in ospedale o, ancora peggio, per chi ha vissuto il terribile lutto nella distanza e nella solitudine.
Con un francesismo, non rompete i coglioni.
Godiamoci anche questo Natale, così com'è. Siamo più fortunati di quanto pensiamo. Buone feste a tutti❤
OTTOBRE 2021
Mi chiamo L., ho 36 anni e sono educatrice della prima infanzia.
Sono figlia, sorella e zia. Mi tengo stretti i miei ruoli nei confronti della famiglia perché la amo più di ogni altra cosa.
Ho voluto dare il mio contributo condividendo un post che pubblicai lo scorso anno a dicembre, nel momento in cui sentii la necessità di parlare di ciò che era capitato alla mia famiglia, stufa dei commenti e discorsi di chi si lamentava per non poter festeggiare il Natale.
Il covid ci ha stravolto le vite, in un attimo.
L'ultimo ricordo che ho pre-covid è una festa di carnevale in cui ballai e mi divertii tantissimo, quelle feste che dopo i trent'anni non vivi spesso e che ti rimangono in mente.
Era il giorno in cui scoprirono il contagio da covid nel paziente zero in Italia. La pandemia non era più in Cina, era qui. Sembrava ancora lontana però.
E invece no.
Mia mamma è viva per miracolo.
Ho saputo che anche i medici si sono stupiti della sua ripresa in rianimazione. "Non sappiamo se passa la notte", questa frase riecheggia nella mia mente unita al mio cuore che si spezza.
La mia mamma.
Con la mente ho bisogno di tornarci a quei momenti lì. Sono stati reali, terribili. Ne ho un ricordo vivido.
Ma quella notte l'ha passata, e poi tante altre.
Mentre era in coma intubata ho detto al mio compagno, in uno dei rari momenti di lucidità di quelle giornate surreali, che se fosse uscita dalla rianimazione e fosse tornata a casa l'avrei fatta diventare nonna.
E così è andata e, che immensa magia, mio figlio è nato proprio il giorno del suo compleanno. Mai regalo più bello, per lei, per tutti.
La vita.
Mia mamma è una nonna eccezionale e trascorriamo molto tempo insieme io, lei e il piccolo.
Sono figlia, sorella, zia e, oggi, mamma. Più che mai mi godo ogni momento trascorso con la mia famiglia.
Noi sappiamo che in un istante può cambiare tutto. Linda
In questo racconto abbiamo come sempre degli accenni clinici della malattia, ma quello che risalta maggiormente è il vissuto di questa figlia. Questo è proprio l’esempio di come la malattia si ripercuote su tutto il nucleo familiare (Sickness, sec. Kleinman3, contingen-Bury2). Il racconto fino quasi alla fine è un racconto fermo che sembra non avere speranza di futuro siamo in pieno Chaos1; si apre uno squarcio solo alla fine, ci fa stare col fiato sospeso fino alla dimissione, quasi insperata (Launer4). Ecco allora la vita che si riaffaccia, non solo si prende la rivincita con una nuova vita, la gravidanza di L., scelta consapevolmente proprio come se fosse un ex-voto, premiata dalla nascita nello stesso giorno di nascita della nonna-paziente. Vedo poche strategie messe in atto per superare quei mesi tremendi, c’è tanta attesa, ci immaginiamo la donna davanti al telefono che fuma ininterrottamente, in paurosa attesa. Ha passato mesi come in trance, sospendendo tutto quello che fa parte della sua vita privata: guarda l’ospedale dalla finestra, tremando e sperando insieme. Ha vissuto uno stress enorme. Non usa metafore di sorta, usa la nuda e cruda realtà per far capire il suo stato d’animo.
All’inizio della malattia è tutto un susseguirsi di Chaos, (Frank1) confusione, incertezza, non-senso, come spesso in questi racconti. Ma fin dalle prime frasi invece si coglie una rabbia, prima, a detta sua, contenuta nei pensieri, nei sentimenti, poi, grazie alle parole che si ritrova a scrivere, è ben dichiarata: fa la morale a chi si lamenta della dittatura sanitaria, luogo comune del periodo più che metafora. Non si modera: finalmente si libera ed esplode contro chi non si rende conto (moral-Bury2).
In un istante può cambiare tutto
Così termina il lungo racconto, una sentenza categorica, un “memento” per gli ignavi di dantesca memoria ( perché non hanno mai avuto né espresso idee proprie e si sono sempre adeguati alla massa), per coloro che oggi non si rendono conto. In un istante la vita può capovolgersi, stopparsi in un limbo di terrore, questo mi sento di interpretare nel suo pensiero. Non è uno “state attenti”, amichevole, benevolo, ma la vediamo col dito puntato, i denti stretti a chiedere: come fate a non aver capito niente?
Le parole ricorrenti sono tante, ma quelle che più ricorrono sovente sono poche. E’ un racconto che fa attenzione alla scrittura, a non ripetere, senza errori grammaticali, ad articolare bene. Alla fine si svela “educatrice” e si spiega così questo racconto appassionante, studiato, letto e riletto, perfezionato, “limato” come diceva la mia professoressa di italiano.
Alla fine, timidamente. Arriva un Quest1: è stata un’esperienza che ci ha cambiati profondamente, soprattutto nel come si vedono le cose importanti della vita. Una esperienza che fa cambiare idea sul desiderio o meno di maternità, ad esempio: e quale stravolgimento più grande ci può essere nella giornata delle persone come l’arrivo di una nuova vita, con tutte le sue esigenze.
Ma superato il covid, il resto sono quisquilie.
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