PARLIAMO SEMPLICE…. DI MEDICINA NARRATIVA APPLICATA
Cos’è? Boh? Chi l’ha mai sentita? Bah?
Scriverò due parole il più semplicemente possibile, solo per far capire a chi leggerà quali sono le mie intenzioni. Non me ne vogliano i miei professori, italiani e stranieri, se devo semplificare per arrivare alle orecchie di tutti.
Innanzi tutto.
NON SERVE A SCRIVERE ROMANZI DI MEDICINA.
Chiaro?
SERVE A RIPORTARE LA PERSONA AL CENTRO DEL PERCORSO DI CURA.
Quando viene un paziente e si siede davanti alla nostra scrivania e ci racconta i suoi sintomi, non viene solo una serie di esami, lastre, tac, segni e sintomi fisici.
Viene una persona.
E magari con un accompagnatore. E anche qui, potremo scrivere libri sugli accompagnatori, sorelle, fratelli, vicini di casa, mogli-badanti con mariti che non riescono a parlare e si sfiora il litigio familiare, anziani, accompagnati da figli o nipoti, che manco sanno tutta la vera storia della vita della persona, mariti (e sì, i mariti sono i più bizzarri) che entrano, si siedono, e alla prima domanda chiedono di far entrare la moglie “cheleisatutto”.
E non basta, perché dietro queste coppie, c’è una folla più o meno ampia di fantasmi (avete presente il film Magnifica Presenza di Ferzan Özpetek?). Ecco, alcuni medici vedono tutti questi personaggi che bisbigliano, parenti, amici, conoscenti, datori di lavoro….
Perché le persone, anche quelle malate, vivono con se stesse, la propria storia di vita, ma anche con i familiari, e sono calate in un tessuto sociale.
Tutte cose che non vanno dimenticate.
Ma ahimè, le super-specializzazioni non aiutano, anzi fanno scotomizzare, rimuovono inconsciamente, un sacco di informazioni al medico.
E fanno sì che la parola d’ordine sia Guarire, e non Curare.
Guarire, come succede alla Ferrari ai box: cambio gomme e via.
Curare, prendersi cura di qualcuno, magari guarirlo, o accompagnarlo in una malattia cronica per anni o per sempre è altra cosa, che richiede competenze che “dovrebbero” essere “normali” tra gli operatori sanitari.
Quindi, con molta umiltà, ho letto e commentato i racconti aiutandomi con la Medicina Narrativa Applicata, nell’intento di mettere in luce alcuni aspetti che a una lettura, anche se non è frettolosa, superficiale, banale, prevenuta, possano sfuggire.
Ho usato gli strumenti più semplici, più immediati, più accessibili agli occhi di tutti, tralasciando quelli più approfonditi ad altra lettura e magari ad altra sede.
Gli inglesi hanno 3 parole per dire “malattia”, come pone l’accento Kleinman3:
- disease: la malattia clinica.
- illness: come la persona vive la malattia nel suo quotidiano, con se stessa.
- sickness: come la famiglia, la società si pone di fronte a quella malattia.
Il covid è stata, ed è, una malattia che ha coinvolto non solo individui, ma familiari, e pesantemente anche la società. E’ stata una vera sickness.
Secondo un altro studioso , Bury2, le narrazioni si possono considerare come: contingent, moral, narrative. Nel primo caso la narrazione si occupa solo degli aspetti clinici, racconta la quotidianità della persona. Nel caso moral, l’accento viene messo sulla relazione della malattia e gli altri, viene situata in un contesto ben preciso.
La narrazione core è l’espressone pura della esperienza personale di malattia.
Un altro studioso ancora, Frank1, , legge tre tipi di narrazione: quella con una Restitution, in cui l’accento è posto sulla guarigione fisica, non a caso è la narrazione dei medici, che hanno guarito (chissà se lo hanno curato?) il loro paziente.
Vi è una narrazione di tipo Chaos, che troveremo spesso, nei nostri racconti, che alla fine definisce la confusione, le cose che non vanno, la mancanza di controllo.
La Quest narrazione, invece, è tipica di persone che hanno affrontato con energia la malattia, che spesso è vista come un viaggio, o una battaglia vinta, o una iniziazione verso nuovi orizzonti.
Infine,non posso non citare Launer4,, storie Progressive, che cercano obiettivi personali, Regressive, che si allontanano da essi, e Stable, che si mantengono inalterati
Guarderò che tipo di linguaggio è stato utilizzato che potrà essere fattuale, un linguaggio praticamente clinico oppure un linguaggio metaforico5, in cui l’autore cerca nel suo immaginario quanto di più simile per spiegare a chi ascolta cosa ha o sta vivendo… Quindi quali metafore sono state usate o ricorrono.
Mi asterrò da ogni giudizio, non ci sono storie belle o meglio scritte, il racconto non è un esercizio di letteratura.
Ammetto che quando mi troverò i racconti di miei colleghi, che hanno vissuto da operatori sanitari questo terremoto (metafora…!), può essere che mi dilunghi un po’, per spiegare ai lettori i loro sentimenti.
Ed infine le parole ricorrenti, rappresentate con una immagine che non è la classica nuvola di parole, ma lo è nell’evidenziare le parole più rappresentative o più ricorrenti.
Qui si vuole solo ascoltare con orecchie giuste, chiudendo gli occhi, e lasciar entrare le parole attraverso il cuore del lettore.
Apriremo questa antologia, e la chiuderemo, con due racconti di operatori sanitari, che hanno lavorato, sani, tra persone che hanno vissuto il Covid sotto le tute e le maschere. Perché anche infermieri e medici sono persone che hanno sofferto insieme ai loro pazienti. Hanno sofferto più di quanto si immagini.
Hanno sofferto fino ad ammalarsi e morire di covid, e non sono stati pochi.
Ma tutti hanno sofferto dentro.
I loro due racconti fanno da cornice a quelli dei pazienti, fanno sì che si veda anche quel mondo attorno, fatto non solo di letti, di monitors, e di altri aggeggi.
Tutti persone.
Da ricordare, sempre.

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