DECIMO RACCONTO

 Hell Is Round the Corner - Tricky - Audiobook - BookBeat

Era il 1995 l’anno in cui Tricky cantava “Hell Is around the corner”, l’inferno è dietro l’angolo. Solo 25 anni dopo ho davvero compreso quanto fosse universale quell’affermazione.

Ricordo che, all’inizio del 2020, il mio punto di vista era quello di uno spettatore; si parlava di un laboratorio a Wuhan, di pipistrelli, di contagi. Non avevo alcuna percezione del pericolo, era tutto così lontano.

Poi le persone rientrarono dai voli intercontinentali, ci furono i primi focolai nella periferia di Milano, le zone rosse e le persone isolate. L’inferno aveva viaggiato su comodi sedili imbottiti a 10.000 metri d’altezza.

E bastò una telefonata per farlo strisciare dentro casa nostra. “Mamma non sta bene. Ha la febbre. Mamma ha la saturazione troppo bassa, sta arrivando l’ambulanza”.

Era fine marzo, le notizie erano così caotiche e contrastanti che non sapevo cosa pensare. E’ poco più di un’influenza? E’ come una forte polmonite? Cos’è? Ma nonostante l’avessero intubata immediatamente, la situazione precipitò. La respirazione artificiale sembrava non bastare mai, come se qualcosa le stesse portando via l’aria di cui aveva bisogno. Così i tubi nasali divennero una maschera, che si tramutò in un casco, che diventò un intero reparto. Terapia Intensiva. Due parole che non auguro a nessuno.

Solo ora, mentre cerco di trascrivere i miei pensieri su carta, mi rendo conto di quanto siano stati confusi quei momenti. Ciò che mi è rimasto impresso nella memoria è sicuramente la sensazione di assoluta impotenza. Non solo l’impossibilità di fare qualcosa, ma semplicemente quella di non potersi nemmeno vedere, stringere, dare la mano.

Il tracollo iniziale, così rapido e inaspettato, mi mise di fronte ad un’eventualità che fino ad allora non avevo mai preso in considerazione. Ricordo di aver pensato che non ce l’avrebbe fatta. Mi sento a disagio a rileggere ciò che ho appena scritto, provo quasi vergogna. Ma è la verità. Nonostante conosca la forza di mia madre, una parte di me si era rassegnata all’ineluttabile.

Ricordo le telefonate. O meglio, l’attesa di essere chiamato. Da mia sorella, dal compagno di mia mamma, da chiunque. E l’attesa stringeva le budella ogni volta che rispondevo. Accendevo una sigaretta e guardavo lo schermo illuminarsi. Dovevo rispondere? Volevo sapere? Che parole stanno per uscire?

Poi finalmente i primi miglioramenti significativi, il risveglio dai sedativi, il trasferimento in un altro reparto. Quando ci sentivamo, quei pochi minuti in cui centellinava i respiri per conversare con me, sembrava un’altra persona. Il tono era diverso, quasi infantile. Per qualche giorno ebbi l’impressione che la paura provata era talmente forte, talmente incomprensibile, che lei si fosse rifugiata in qualche angolo sicuro della propria infanzia. Le condizioni invece dimostrarono il contrario, anche se la strada era ancora lunga e tutta in salita. Qualche pasto come si deve, qualche passo giù dal letto, le colleghe d’ospedale come custodi.

E dopo 62 giorni, sessantadue giorni a letto, finalmente era a casa.

L’inferno è dietro l’angolo, sarebbe bene tenerlo a mente.

Alberto


In questo racconto di un parente vi è un accenno, quasi doveroso, alla clinica: tubi, casco, respirazione artificiale. Ma sono poco più che dizioni, non come per chi le ha provate sulla sua pelle.

E’ una storia in cui predomina il Chaos (Frank1), non c'è sfida, non c’è ricerca, solo confusione.

Il racconto sembra cristallizzato negli eventi. Non c’è futuro, anzi: “Ricordo di aver pensato che non ce l’avrebbe fatta. Mi sento a disagio a rileggere ciò che ho appena scritto, provo quasi vergogna.”.

L’unica metafora: è l’inferno, sottolineato dal ricordo di una canzone del 1995

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