PRIMO RACCONTO
Covid 19, questo sconosciuto
Tutti noi, in ospedale, sentivamo notizie su cosa stava succedendo in Cina, fine anno 2019: polmonite…virus…forse una nuova SARS?
A fine gennaio 2020 si comincia a parlare di vittime, forse un centinaio, e di primi contagi in altre nazioni, ma tutto ci sembra molto distante. Siamo stupiti, occhi e orecchie attente ad ogni aggiornamento, soprattutto ai comportamenti adottati nelle strutture sanitarie di questi paesi; beh, in ospedale ci lavoriamo, qualcosa sapremo… no, non sapevamo.
Certo, siamo consapevoli delle condizioni di vita ed alimentazione di alcune popolazioni del Sud Est Asiatico, ma noi no, non può essere. Finché a metà febbraio succede qualcosa anche in Italia, si isola il primo paziente positivo al Corona virus, provincia di Lodi. Dopo 24 ore il numero di casi segnalati nella stessa area aumenta a più di una trentina. Tre giorni dopo si chiude in anticipo il carnevale di Venezia. Ma cosa succede… si svolge tutto in maniera così repentina da non lasciarci il tempo di realizzare che cosa mai dobbiamo aspettarci.
Ospedale di Novara
Sono un’infermiera di 51 anni, e lavoro in questo nosocomio da 33. Ho vissuto molteplici situazioni nella mia vita professionale, e come tutti coloro che svolgono un’attività di questo tipo so che un giorno non è mai uguale ad un altro; situazioni routinarie possono ribaltarsi in un batter d’occhio, ma quello che abbiamo vissuto non ha davvero precedenti.
8 marzo, inizio del lockdown in Italia. Un grande cambiamento è avvenuto, troppo rapidamente. Il mattino arrivo al lavoro: code interminabili di auto e pedoni all’ingresso dell’ospedale. Dai finestroni del mio reparto vedo preoccupanti e frenetici movimenti di dipendenti della nostra azienda cercare con non poche difficoltà di razionalizzare gli ingressi, di smistare i numerosi utenti, anch’essi ancora ignari, e chissà, forse provano il grande senso di smarrimento che mi sta invadendo.
Si fa sul serio
Ben presto le poco incoraggianti informazioni si diffondono velocemente, come il fantomatico virus. In fretta e furia vengono adattati più reparti all’accoglienza di pazienti Covid positivi che necessitano di ospedalizzazione. I contagiati con sintomi gravi sono in continuo aumento, si allestiscono dall’oggi al domani posti letto di terapia intensiva, anche in punti dove nessuno di noi avrebbe mai creduto possibile, avevo l’impressione di vivere in “Cecità” di José Saramago. Un gran numero di degenti viene dimesso o trasferito in altre strutture, a loro volta sgomberate dalla sera alla mattina. Siamo a metà marzo, arrivano anche al nostro coordinatore le prime disposizioni, accolte con timore; è impellente la necessità di incrementare il personale nei reparti appena convertiti. E così, per qualche giorno qualcuno di noi comincia a rendersi conto di ciò che ci sta travolgendo, assurdo, irreale; no, ancora non ce ne rendevamo conto. La svolta ci arriva con la richiesta di nomi certi, di infermieri da collocare in maniera continuativa, stabile. Io mio malgrado sono una di queste. Del servizio presso il quale lavoro siamo tre, siamo state prescelte. Ma ben presto mi accorgo che gli oss, gli infermieri e i medici prescelti sono molti, moltissimi, e provengono da diverse realtà lavorative, di diverse età, con diversi bagagli professionali, e in qualche caso anche senza nessun bagaglio…
Tocca a me
Vengo assegnata, come infermiera turnista, al reparto di terapia sub intensiva. Turbata, sgomenta, poiché non ho nessuna esperienza di terapie intensive o sub-tali…
Non cerco scuse, è il mio lavoro.
Il primo giorno comincio con anticipo, si tiene uno dei corsi che ci preparerà al cruciale momento di vestizione e svestizione. Si, ne ho una vaga idea, ma percepisco come irreale quello che ci viene insegnato: dovrò anch’io rimanere ore ed ore così bardata dalla testa ai piedi come si vede nelle immagini trasmesse dai telegiornali…? Si, e da subito.
All’inizio del turno ci venivano consegnate due mascherine ciascuno. Contate. Per otto ore.
Uno sternuto e ce ne giochiamo l’integrità, peraltro già compromessa dalla normale traspirazione di ore. Ed eccoci, tutti uguali. Dalla cuffia ai calzari, passando da un camice idrorepellente , o tuta intera con cappuccio, doppi guanti, visiera.
Il reparto di terapia sub intensiva dove sono stata collocata, 26 posti letto, si sviluppa lungo un infinito corridoio (circa 70 metri, misurati una notte con una collega, contando le piastrelle per cercare di svagare la mente); e su questa sterminata corsia scorre un continuo interminabile viavai di persone uniformate, uniche distinzioni la corporatura, gli occhi, gli occhiali.
Le nostra identità annullate, soppresse, sostituite talvolta dal nostro nome scritto in biro sul camice. Il caos, schegge impazzite.
Eravamo tutti uguali anche nello spirito.
Qualcosa di sconosciuto ed imprevedibile ci ha travolti, catapultati in questo limbo. Si, perché la Terapia Sub Intensiva, cioè a Media intensità, è ciò che sta nel mezzo tra la degenza ordinaria e il centro di Rianimazione.
Si accolgono quindi pazienti provenienti da reparti Covid a Bassa intensità, le cui condizioni peggiorano rendendo necessario un diverso trattamento ventilatorio, e, viceversa, si accolgono pz da terapie intensive ad Alta intensità in fase di miglioramento.
Ma naturalmente succedeva anche che un paziente apparentemente stabile peggiorasse improvvisamente, avendo urgentemente bisogno di cure intensive specifiche.
In questo limbo era in gioco la sorte di tutte le loro anime…in quei momenti noi le vedevamo, le loro anime. Le scorgevamo nei loro occhi, velati da un casco di plastica trasparente sul quale solo un piccolo oblò consentiva, quando possibile, di introdurre un fazzoletto ed asciugarli da lacrime, sporadiche, mai copiose.
Occhi terrorizzati quando veniva chiesta loro una firma per il consenso a procedere all’intubazione endotracheale; occhi fissi sui nostri, unica parte visibile di noi operatori; occhi interrogativi poiché era totalmente ignoto il percorso che li stava attendendo; occhi disperati che vagavano per la camera, a cercare un figlio, un genitore, una presenza amica con cui congedarsi senza sapere se ci sarebbe più stato un incontro, un abbraccio.
Erano solo i nostri occhi ciò a cui queste anime potevano affidarsi. E quindi velocemente, predisporre il necessario trasferimento in centro rianimazione.
Via, di corsa, attraverso i meandri sotterranei verso la speranza.
E poi togliere le lenzuola da quel letto vuoto, radunare gli effetti personali, indumenti, spesso un disegno colorato di un nipotino, il telefono cellulare…chissà quante chiamate perse raccoglierà… il tutto collocato in un sacco rosso di cellophane. Sopra un’etichetta riportante il nome.
Tutti in un locale dedicato. Una distesa di sacchi rossi etichettati, che aumentava di giorno in giorno, fino a formare mucchi, montagne di sacchi rossi contenenti frammenti di vita, contaminati, infetti.
Tra quei nomi avrei potuto leggerne uno a me conosciuto, familiare, oppure qualcuno avrebbe potuto leggere il mio. Spesso e con grande timore mi sono immaginata in uno di quei letti, con la testa chiusa dentro ad un casco, ad assordarmi le orecchie dal rumore causato dagli alti flussi di ossigeno, che già asciugano le mucose provocando una gran sete, a rendere afono il personale che assiste, deve urlare perché la propria voce oltrepassi mascherina visiera e casco.
Emozioni
Resteranno per sempre in me anche gli occhi dei familiari dei pazienti, ai quali era concesso di consegnarci il cambio di biancheria attraverso un’ingresso riservato, lungo l’infinito corridoio.
Sentire trillare il campanello, aprire, dover dire “no” alla persona in apprensione che chiede, sempre con dignitosa compostezza “…ma proprio non si può vedere…” . No.
Un episodio un giorno, mi ha ricompensato: il padre dell’uomo che mi stava consegnando la sua borsa era ricoverato nella camera quasi di fronte alla porta dove ci trovavamo, e io gliel’ho indicato. Tra un volto dentro ad un pallone trasparente e la soglia della porta ho percepito un fascio di luce illuminare i loro sguardi, un’indescrivibile cascata di emozioni, profonda commozione da cui non sono stata risparmiata. Per pochi istanti, ma per tutta la vita, per la mia senza dubbio. Sapevo di aver concesso un piccolo ma enorme attimo di speranza.
Queste parole vogliono chiaramente essere solo un riassunto delle innumerevoli sensazioni provate, intense, profonde; e solo accennati gli avvenimenti che tutti noi abbiamo vissuto .
Ognuno nel proprio ruolo, ognuno dal proprio punto di vista, dal proprio cuore.
Ognuno di noi, nel bene e nel male ha portato a casa qualcosa.
Io anche materialmente: ho voluto ridare la vita ad una piccola rosa rinsecchita, ospitata da un vasetto di terra arida, trovato sul davanzale di una finestra di quel reparto che in fretta e furia aveva dovuto essere sgomberato. Ho placato anche la sua, di sete, l’ho liberata dai ramoscelli impoveriti, e giorno dopo giorno ha ripreso la sua vitalità: oggi è una graziosa piantina che vegeta sul mio balcone, regalandomi delicati fiori bianchi, del colore che rappresenta la luce, la purificazione;
un nuovo inizio per ognuno di noi.
C.R. Ottobre 2020
Ecco un lungo racconto di una operatrice, molto dettagliato non tanto nella parte clinica, ma nella parte storica. L’autrice ha perfino diviso in paragrafi i momenti diversi. L’inizio, caratterizzato da notizie caotiche, un “sentivamo notizie”, che non è essere informati, notizie per giunta che arrivano da luoghi lontani, da un altro continente, di cui in realtà non si conoscono le condizioni della sanità di base. Si va per sentito dire, e sembra qualcosa di lontano, estraneo, qualcosa che non ci riguarda. Ma arriva la sorpresa: ci riguarda, eccome!… ma non si capisce ancora nulla. E’ il senso di smarrimento che abbiamo provato tutti noi, infermieri e medici, ricordo anche io che ogni giorno aprivo la mail aziendale in cerca di notizie vere. Nessuno capiva cosa stesse succedendo davvero. Il senso di smarrimento lo si coglie benissimo nel racconto. La signora non è una giovanotta, specifica età e ruolo, per far capire che in tanti anni di professione, di cose strane, di emergenze che si materializzano all’improvviso, ne aveva viste, eccome. Ma stavolta è diverso: un grande senso di smarrimento mi sta invadendo. Racconta fatti che solo chi ha vissuto quel periodo in ospedale sa; davvero lasciavi il reparto alla sera e al mattino dopo non c’era più: i pazienti erano stati trasferiti o dimessi nella notte e al suo posto c’era un reparto dedicato ai pazienti Covid. Ogni giorno un reparto veniva trasformato, un altro chiuso, venivano sospesi interventi chirurgici. Il personale, spesso con poca preparazione se non quella tecnica della vestizione e svestizione, era dirottato verso i nuovi malati. So bene di chirurghi abituati a fare ben altro nella professione super-specialistica, che si sono ritrovati a fare guardie di tipo internistico, senza saper più nulla di più di vaghi ricordi risalenti agli studi universitari. E’ un racconto in cui predomina il Chaos (Frank1), nello stesso tempo vedo una Core -Bury(2)E’ un racconto in cui predomina il Chaos (Frank1), nello stesso tempo vedo una Core -Bury(2)-narrazione, perché mette ben bene in luce le sue esperienze, riferite non solo al piano organizzativo, ma anche a se stessa, al suo vivere la sofferenza altrui.
L'infermiera cita Cecità di Saramago, e, a proposito si Saramago, a me fa invece venire in mente "le intermittenze della morte": solo che lì la Morte aveva deciso di fare sciopero, e sembrava all’inizio una benedizione, per poi scoprire che era una maledizione, che era impossibile vivere senza Morte. Penso che si riferisca all’immagine di cortei di auto con a bordo parenti che cercavano di varcare il confine affinché il congiunto, troppo anziano, troppo malato, o moribondo, potesse avere finalmente il dignitoso addio alla vita.
Nel nostro caso invece la Morte entra di brutto nei nostri ospedali, e rende tutto irreale.
Irreale il lungo corridoio trasformato in reparto (io potrei aggiungere di una terapia intensiva allestita di corsa in un altro corridoio, solo con letti e scatoloni come mobili: “rianimazione Kabul“ l’avevamo soprannominata).
Vede le anime, è la prima volta che leggo questa parola in uno dei racconti, è un nome importante, va oltre il termine “persona”, o occhi; è pure molto ripetuta. Anime. Pensiamo, riflettiamo su questa parola. Ha un significato profondo. E’ vedere sì la malattia, le lacrime, la sofferenza non solo fisica, essa va oltre il semplice vedere emozioni. E’ vedere l’essenza dell’essere umano, nella sua misera grandezza, disteso inerte in un letto insieme ad altre anime. Avessi scritto io il racconto avrei citato Dante Alighieri, ma un accenno anche lei lo fa, con la parola limbo, perché al vero Limbo dantesco assomiglia la situazione.
Ci sono flash, che vogliono far capire la sorpresa di fronte a certe cose, ma non si ha nemmeno il tempo di sorprendersi: i sacchi rossi etichettati, il disegno di un bimbo, un telefono…
Direi che qui la fa da padrone il Chaos (Frank1) insieme a tutta l’esperienza personale provata (Core, Bury2).
Il virus è “fantomatico”, l’autrice è della generazione che ha conosciuto Fantômas, essere indefinibile che agisce nell’ombra e dal quale non sai difenderti.
Solo nell’ultimo capoverso si apre uno sprazzo di vita, di futuro, quasi la ricerca di un senso, o meglio, di consapevolezza: ognuno di noi, nel bene e nel male ha portato a casa qualcosa. C’è una vaga speranza di poter imparare qualcosa da questo disastro. Essa viene simboleggiata, non è una metafora ma realtà, nella piantina rinsecchita, assetata, impoverita: è stata curata e ha ripreso vita, fiorisce.
E il racconto si conclude con una metafora che emoziona: i fiori bianchi rappresentano la luce, la purificazione4, un nuovo inizio.
Non mi sento di aggiungere altro a questo racconto, se non un consiglio: leggerlo e rileggerlo, perché ad ogni rilettura esso comunica qualcosa di nuovo.
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