CONCLUSIONE
Come ogni finale che si rispetti…. parto dal fondo, dalle parole più usate. Ho riletto tutte le storie e segnato parole che magari comparivano una volta in un racconto ma si ripetevano nelle varie storie. Mi sono presa la licenza (poetica?) di modificarle, accomunando parole uguali ma che comparivano ora al singolare ora al plurale, lo stesso feci anche per verbi trasformati in sostantivi e viceversa. Era una esigenza per essere meno dispersivi, che già così, quello che appare è un vero vocabolario del dolore.
La parola più grande perché più rappresentata è “GIORNI”.
Perché le degenze sono state lunghe: solo chi è stato sedato ha “vissuto” uno sconto di giorni; esse non si sono limitate al periodo clinico grave, ma è seguita la riabilitazione, perché dopo un mese o due in rianimazione, il nostro corpo è congelato, le gambe non vogliono muoversi, si fa fatica a tenere un cucchiaio in mano e lavarsi i denti è un’impresa. Solo alcuni riescono ad andare a casa direttamente, in maniera autonoma, grazie a ricoveri più brevi.
Ci sono tante lacrime, tra le parole, tanti occhi, perché erano l’unico modo di comunicare. Tutti hanno imparato a parlare con gli occhi, pazienti e operatori.
Nessuno ha nulla da rimproverare al personale, eccetto un paio di bazzecole, che io comprendo e che giustifico nei ritmi serrati del loro lavoro: ma un paziente, che pure “vede” l’affannarsi qua e là, non può sempre cogliere.
I racconti iniziano sempre con una fase di incredulità e di sorpresa…. Poi c’è la paura, enorme, e poi la rassegnazione o la lotta. C’è tanto Frank1 nelle varie classificazioni, molto Chaos, ma spesso con un finale Quest (Frank1): arriva una scoperta, un premio per la lotta vinta. Ma alla fine il ritorno alla vita, la riscoperta della vita e delle cose più semplici mi pare che sia comune.
Solo in un caso ci sono considerazioni dell’autrice, molto forti: “io invece questo Natale gioirò”, che sembra quasi una rivincita fatta con una boccaccia, non certo ai tanti malati, o alle famiglie distrutte, ma nei confronti di chi non capisce proprio cosa si è passato. Questo per me è un caso Moral secondo Bury2.
Ma per lo più sono racconti intimamente connessi all’esperienza personale vissuta sulla propria pelle e/o rispecchiata nel vicino di letto, in cui ci si riconosceva se migliorava, da cui si fuggiva lo sguardo se peggiorava.
I tempi della narrazione seguono i tempi cronologici, clinici, si passa da un imperfetto indefinito, perché i giorni trascorrono uguali, impersonali, per poi aprirsi uno squarcio di presente, un bisogno d immediatezza, quasi un urlo, di dolore, di gioia o di disperazione, un urlo che non può essere lanciato, perché non si ha più fiato. Pensiamo a cosa vuol dire vivere con la sensazione di non riuscire a respirare: Pensiamo cosa significhi dover chiedere prolunghe per l’ossigeno per recarsi in bagno, perché anche solo fare una pipì scompensa, affatica, atterra.
Pensiamo a quelle persone, costrette nel letto: nessuna doccia purificatrice, nessun bagno rilassante, ma solo le spugnature delle infermiere. Essere pettinati con una forchetta: chi può mai immaginare di essere pettinato con una forchetta nel nostro civile mondo?
Immaginate quei volti scavati che si avviano in riabilitazione, sembrano zombies, hanno perso chili, hanno ancora il guinzaglio dell’ossigeno. Quanti sono: decine, centinaia…. Solo pochissimi dopo una batosta del genere riescono ad andare a casa direttamente.
Anche la parola casa ricorre tantissimo, insieme alla parola famiglia. E spesso viene detto che la casa e la famiglia sono quel luogo ospedaliero e suoi abitanti.
Anche la parola mamma ricorre. C’è chi chiama la mamma, disperato. Persone adulte, magari già genitori da lungo tempo, che chiamano la mamma. Il cuore va a pezzi! Mettetevi nei loro panni, e nei panni di chi ascolta queste richieste di soccorso, pensateli mentre si avviano ai rispettivi domicili, con questi zaini di dolore sulle spalle.
Il bacio del covid è un bacio vampiresco, che raggiunge anche l’anima, non si limita ai nostri corpi, sembra proprio succhiarci tutte le energie, non mordendo il collo, ma rubandoci l’aria e forse anche l’anima.
Aria che abbiamo il dovere di tenere pulita, come l’acqua.
Come i nostri cuori.

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